mercoledì 28 lug 2010
Il resoconto di un progetto, o forse meglio dire di un’avventura, vissuta nel cuore della città simbolo di una delle civiltà più consumistiche in assoluto al mondo (New York/Americani) da un giornalista-scrittore e dalla sua famiglia: una moglie shopping-e-caffè-dipendente, una piccola simpatica bimba in età-pannolino e un cane.
L’avventura di una famiglia che passo dopo passo inizia a eliminare dalla propria vita quotidiana gli imballaggi, la carta igienica, i saponi, gli alimenti non locali, i mezzi di trasporto, l’ascensore e, infine, il riscaldamento e l’elettricità.
L’avventura di una famiglia, la quale – cosa che tra l’altro rende scorrevole e accattivante la lettura – scopre nel cambiamento del proprio stile di vita a piccoli passi un modo per tornare a godere dei piaceri di un tempo (ad esempio chiacchierare tutti insieme seduti a tavola, piuttosto che “vegetare” davanti alla tv) e della genuina felicità che questi portano con sé.
L’avventura di una famiglia i cui componenti (bimba compresa, cane un po’ meno), modificando le proprie abitudini, percepiscono un notevole miglioramento della qualità della propria vita.
Il libro di Colin Beavan non è certo un trattato scientifico sui cambiamenti climatici, ed è proprio questa la sua forza. Con la sua semplicità di storia auto-biografica raccontata e vissuta da non-esperti del settore, dimostra come sia possibile cambiare il nostro stile di vita, le abitudini che il vivere in questa società ci ha imposto, nel rispetto totale (o quasi) dell’ambiente che ci circonda ed essendo allo stesso tempo più felici.
Una lettura assolutamente consigliata per quelle persone che “sono disposte a provarci”. In generale.
martedì 8 giu 2010

Godibilissimo network di artistoidi geniali, Behance Network si distingue per una visione magica e senza fronzoli della realtà/non realtà circostante. Nel caso considerato, l’artista photographico si cimenta in peripezie di tutto rispetto nella metropoli da bassi fondi, circospetto e alla ricerca della riflessione acquatica, la realtà si tinge di tonalità verdastre mentre il respiro sembra soffermarsi lungo le rettilinee vie di fuga dei cavalcavia, ultimi baluardi della trasmigrazione umana verso una ricerca del monumento, da lasciare a posteri e quant’altro. La bellezza nella megalopoli si tuffa nell’acqua per ritornare sovrana, spaventata dall’architettura post-mediatica dei nostri sogni più reconditi.
lunedì 24 mag 2010

Il colore della luce che si delinea senza forza, la strana coincidenza d’intenti del fotografo e della natura semi-incontaminata nella jungle appannata, il rumore assordante del traffico che esce dallo schermo per perdersi nella notte sofisticata dell’occhio in attesa del sublime, il puro sentimento della luce come essenza primordiale e catartica, verso la suggestione ancestrale e il caustico rimestare della mente tra rami di alberi rinsecchiti. Le gocce penetrano con forza tagliando la carta, i colori, rendendo il tutto magicamente incrostato.
Deep Sleep Magazine nella sua forma più nascosta ci racconta qualcosa di magico e nevralgicamente sconnesso: ricercare tra le miriadi immagini sublimate dallo schermo dei blog(s) e della rete qualcosa di strano, ancora vivo, pulsante.
mercoledì 7 apr 2010

Siparietti da sit-com leggera, discussioni sulla scena indie rock, situazioni al limite del surreale e una carrellata di personaggi talmente nevrotici che al confronto persino Woody Allen potrebbe sembrare una persona sana: questo e altro è Questionable Content, di Jeph Jacques. Ambientato a Northampton, Massachussets, apparentemente in un prossimo futuro (sebbene i gruppi musicali citati siano sempre attuali), era inizialmente una serie con protagonisti “un tizio depresso e il suo robot”. Man mano che il cast cresceva, comunque, l’autore si è dedicato sempre di più all’introspezione psicologica dei vari protagonisti.
Una serie divertente, anche se a volte alcuni giochi di parole non siano proprio immediati e, personalmente, mi sia spesso capitato di chiedermi “ma di che diavolo di band stanno discutendo?”.
venerdì 25 dic 2009

Data : data da concordare
Location: feufleux’s home
Ogni compagno del collettivo è invitato a comunicare quanto prima (scadenza ultima il sabato precedente all’evento) tramite e-mail a eliophante[at]gmail.com la/e opera/e e la/e pietanza/e che intende portare. Ovviamente le due cose non sono né necessarie, né tantomeno complementari. In caso di mancata presentazione di pietanza, comunque, i compagni dovranno compensare la loro lieve mancanza con bottiglia di vino o altro alcolico (e non) a propria scelta.
Le opere dovranno essere consegnate una settimana prima dell’evento al comitato organizzatore, provvisoriamente composto da feufleux e cedro. Non è previsto alcun formato standard per le opere, la manifestazione prevede che i prodotti siano “tipici”, pertanto ognuno è totalmente libero di presentare la/e propria/e opera/e come vuole.
L’ipotesi è l’arte totale e gratuita
mercoledì 23 dic 2009

Racconto meta-digitale di Thomas Pagani Roberto, fotografo underground. Scatti nascosti sotto le coperte rilassate della metropoli milanese, vanificazioni di luci inattese, dicotomie di sensazioni angosciose e presenze in bilico, capaci di suscitare sudore freddo e malinconia. Le strade si lasciano toccare dalla presenza pellicolare (sicuramente non-) quasi in attesa della voracità fulminante dello sguardo, ogni situazione e dettaglio sfavilla ruggine, sporcizia, non-curanza sotto-urbana, creazione metafisica di un ambiente reietto, senza speranza, ma con forma e forza d’essenza uniche, un unicum d’assenze (con) presenze senza possibilità di indecisione: prendere o lasciare, come nelle migliori corrosive pellicole cinematografiche.
domenica 13 dic 2009
Qualche giorno dopo la morte di Cristo, due suoi seguaci camminano per la strada e si imbattono in un uomo che si unisce al loro cammino. L’uomo sembra non sapere e così gli parlano di quanto accaduto, della crocifissione e di tutto il resto. Solo dopo la cena che hanno consumato tutti insieme, i due si accorgono che quello straniero è Gesù risorto e lui sparisce. I due si interrogano su come è stato possibile che non lo abbiano riconosciuto. Come hanno fatto a non capire? La riposta è semplice: i loro occhi erano abituati a non vedere, assoggettati ad abitudini visive che li rendevano ciechi.
Questo è l’episodio di Emmaus narrato nei Vangeli che dà il titolo al libro e ne rende immediatamente l’essenza: c´è, oltre il perimetro in cui ci è stato chiuso lo sguardo, un altro vedere, più vero? E’ possibile liberarsi dalla cecità che gli schemi mentali che ci sono stati imposti ci hanno inflitto?
Sì. E i quattro giovani protagonisti cattolici morbosamente chiusi nella loro fede se ne renderanno conto grazie ad Andre, la “regina” che apre loro le porte del mondo che fino a poco prima non gli era dato vedere.
Emmaus è un libro su com´è difficile vedere davvero, in ogni tempo e in particolare nel nostro.
Emmaus narra di come un universo di finzione plasmato nella mente delle persone - la fede - possa sgretolarsi in mille pezzi non appena agli occhi ciechi di chi è stato indottrinato è concesso di vedere un solo spiraglio di realtà.
E lo fa in maniera essenziale. Senza una parola di troppo
martedì 8 dic 2009
Una storia in cui tutto è esagerato e paradossale e, forse proprio per questo, normale.
Dalla prima all’ultima pagina.
Sasà Chiatti, imprenditorialista/palazzinaro/megalomane/cafone di origini campane, si appropria di Villa Ada a Roma e la trasforma in una specie di zoo-parco delle meravilgie in cui organizzare la festa del secolo, la Festa, a cui parteciperà un campione rappresentativo della società “che conta”: attori e attoruncoli, politici e politicanti, calciatori, veline e quant’altro. Tra i partecipanti si ritroveranno, più o meno per caso, anche un giovane e affascinante scrittore di successo e una setta satanica in cerca di riscatto nelle “classifiche” nazionali, e non solo, degli adoratori di Satana. E tutto, o quasi, andrà degenerando.
Una favola in cui non sono gli animali ad assumere tratti umani ma, al contrario, gli esseri umani a rivelrsi in tutta la loro bestialità (non a caso dalle catacombe di Villa Ada usciranno atleti dell’ex URSS trasformatisi in uomini-mostri) che fila veloce fino alla sua conclusione, tra i dialoghi comici e le battute graffianti che caratterizzano lo stile dello scrittore romano; anche se per chi si appresta a leggerla sulla scia dell’ultimo libro dell’autore (Come Dio comanda, Mondadori, 2006) sembra mancare “qualcosa”.
martedì 1 dic 2009
***1/2

Von Trier è un regista imprevedibile, dissacrante, difficile, controverso, altamente autocompiaciuto, sempre e comunque spiazzante. In questo film ci mostra un volto parzialmente inedito della sua arte (da molti non riconosciuta come tale), congegnando un atipico horror, dove la enorme tensione iniziale improvvisamente si trasforma in una devastante violenza fisica, difficile da reggere e perfino da comprendere. Se in Shining Kubrick ci aveva regalato un capolavoro in cui il ritmo del film era scandito dal rovesciamento empatico del protagonista, anche questo horror atipico si regge attorno a questa dicotomia narrativa. Se in principio il male è pura tensione, violenza morale, rimorso ed urla strozzate, in seguito il film rovescia questa sua attitudine più intellettuale per “mostrare” ciò che prima era mimetizzato nelle parole e nei silenzi. I tanti momenti onirici (ed ardui da spiegare…) a tratti fanno perfino sorridere data l’assurdità in cui si calano: ma il contesto è magmatico, quasi insondabile nelle sue radici più estreme e nascoste. La grandezza del film sta proprio in questo: il lirismo che, pur sviluppandosi a tratti in maniera disomogenea e non conciliabile (almeno apparentemente), rende la pellicola tesa come una corda di violino che lacera l’anima del fruitore. Si tratta di un film-pretesto, un film che (come sempre in von Trier) si diverte anche a prendere un po’ in giro lo spettatore catturato dalla magia pura e misteriosa che avvolge il film. Una violenza inaudita, che fa a pugni con la scena conclusiva e con quella iniziale (autentico capolavoro, dove è confutata senza poter ammettere replica alcuna la tesi perorata da molti secondo cui il regista danese non saprebbe girare), corollario di un’arte fatta di intarsi preziosi e di nefandezze che il cuore nasconde agli occhi più puri. Il finale, nel bosco, sull’andamento quasi da visione mistica, ricorda in parte alcune sequenze di Andreij Rubliov di Tarkovskij, alla memoria del quale questo film è dedicato. Di certo fra Von Trier e Tarkovskij sono più i punti di distacco che di contatto, ma comunque si tratta di due grandissimi registi (il russo ovviamente è superiore, ed ineguagliabile tecnicamente) destinati a restare nella storia. Entrambi sanno parlare all’anima dello spettatore.
domenica 29 nov 2009

“Ventitré anni fa, dodici strani bambini nacquero in Inghilterra esattamente nello stesso istante.
Sei anni fa, il mondo finì. Questa è la storia di quel che accadde dopo”
Queste frasi, sullo sfondo di una Londra completamente allagata, sono il folgorante inizio di FreakAngels, di Warren Ellis (sceneggiatura) e Paul Duffield (disegni). Storia di un’umanità scampata all’apocalisse, che cerca di rimettersi in piedi; ma anche, come si scoprirà tavola dopo tavola, storia di un disperato tentativo di redenzione da parte dei misteriosi “FreakAngels” del titolo, protagonisti di questo ottimo fumetto a base di poteri mentali e invenzioni “steam-punk”.
giovedì 12 nov 2009

Fotografia siderale, spasmodicamente virulenta. Una New York di luci rarefatte e semi-deserta, sfavillante oro e bagliori lontani, una Tokio stradale coperta di anime lungo le strisce d’attraversamento bituminoso, un Giappone silenzioso, quasi in orgoglioso ascolto della luce, protagonista assoluta del cosmo, e ancora jet supersonici sopra le teste malinconiche di bagnanti in attesa di qualcosa di magico, una Cina colorata b&w da un’acqua specchiante e metamorfica, senza indecisione, verticalismi verso l’ignoto, riflesso come tutto il resto, in ricerca di una visione solitaria.
giovedì 12 nov 2009

Un’auto dispersa nella radura, pavimenti contrastati, alberi nella nebbia, cromatismo d’assenze tra perdizioni nere pellicolari in una sorta di street view semi-romantica. L’espressione verbale dell’autore non può lasciarci inermi, la pellicola viene fuori con un’energia incontrastata, riflettendosi nelle anime vagabonde dell’osservatore attento ai dettagli, anche se si perdono tra i confini degli spazi ormai dilatati.
giovedì 1 ott 2009
*****

Un film immenso, che va ben oltre la pellicola per sedimentarsi nella mente dei fortunati spettatori. Metafisica pura (soprattutto nella parte finale), e metafora infinita e cosmica, che sarebbe vano cercare di sintetizzare in poche righe. Siamo di fronte al cinema allo stato puro, all’innovazione ed alla sperimentazione non fini a se stessi bensì veicolate ad una meta specifica: l’Arte. Un film totale, che abbraccia tutto: il gusto per l’estetica e quello per il contenuto, la staticità ed il movimento. Kubrick dimostra (se ce ne fosse mai stato bisogno…) che è il numero uno nell’utilizzo della colonna sonora nei propri film, e qui la musica ha un ruolo esattamente equiparato a quello delle immagini: si tratta di un “film-balletto”, tanto è melodioso nella sua costruzione e tanto vola leggero verso l’alto, verso l’ignoto (che non è rappresentato tanto dallo spazio, quanto dall’interiorità stessa dell’uomo). Scenografia unica, trovate registiche che danno i brividi: tutto è perfetto, se non fosse però per piccolissime sbandate (praticamente impercettibili), in cui c’è un po’ troppa ostentazione estetica. Tarkovskij sosteneva infatti che è difficilissimo fare film di fantascienza: altissimo è il rischio di voler stupire con effetti speciali il pubblico, così da inaridire il contenuto del film. Kubrick non cade in questo tranello, ed il suo spazio è quello dell’anima, metafisico ed insondabile nella tipica lettura di Nietzsche (che traspare nitida nell’ “eterno ritorno” finale). Come detto ci sarebbe qualcosina di pleonastico (tipo il dialogo del capitano con la propria figlia via monitor), ma come si fa a voler cambiare un film così geniale ed irripetibile?!
sabato 26 set 2009

La frenesia dell’occhio che osserva il mondo in modo quasi indisturbato, la genesi del convincimento nevrotico che tutto intorno sia maledettamente sbagliato, il sentore di aver peregrinato malamente per molto tempo.
Ma è la ripresa maniacale camera a spalla dentro l’occhio del protagonista, è il cercare l’immagine che si mette a fuoco che spinge anche noi ad osservare con la forza dell’immaginazione. E’ proprio il ricordarsi freneticamente del “prima”, per arrivare al dramma che ci coglie impreparati, che ci potrebbe distruggere ma ci risolleva da una condizione patologica come il male d’esistere, fino al raggiungimento di un “dopo” macchiato di solitudine, di incapacità espressiva ma con una forza a tratti cinica e irrequieta, che ci travolge, spingendoci verso l’immedesimazione col protagonista inchiodato nei suoi pensieri, claustrofobicamente immerso in un mondo irreale.
Come nella più banale delle storie, rincorriamo ogni giorno la nostra soave partita di vita quotidiana con la sensazione che tutto sia perfetto, messo in ordine e la musica possa scorrere nelle nostre orecchie senza il minimo tentennamento. Poi tutto diventa diverso, nuovo, inusuale, guardiamo gli altri con percezione estranea, irriconoscente, tentando forme di autodistruzione, sopraffatti dalla noia e dal dolore, percependo il reale solo attraverso un occhio infilato nella testa a cercare speranza, capovolgendo il nostro ridere di noi stessi, dentro le nostre teste, dentro i nostri sbagli, dentro le nostre anime alla deriva.
mercoledì 8 lug 2009

Apriamo, con un pizzico di ingordigia, il cantiere artistico al quale sono invitati tutti coloro che vogliono cimentarsi, questa volta, con un tema proposto: assenze (con) presenze.
Il nuovo appuntamento si svolgerà verso la fine d’ottobre.
Chi è interessato, per consigli, proposte e richieste, può contattare il comitato (stra)ordinario
per info: diaframmatici.altervista.org/assenze
contatti: diaframmatici[at]gmail.com